Memorie

di Viaggio

Ogni viaggio lo vivi tre volte:
quando lo sogni, quando lo vivi
e quando lo ricordi

© Silvio Sommazzi

Georgia & Armenia

9 - 22 maggio 2018

Mauro Bailo, Marco Felici, Paolo Gallerani, Silvana Roncarati, Silvio Sommazzi, Andrea Tarozzi, Donatella Trentini,   Claudio Troglia.

Tour leaders: Levan Ninua (Georgia), Vasil Ananian (Armenia)

1° giorno) volo Milano – Tbilisi
2° giorno) trasferimento a Stepantsminda
3° e 4° giorno) Grande Caucaso
5° giorno) trasferimento a Dilijan
6° giorno) foreste di Dilijan
7° giorno) trasferimento a Chiva. Lago Sevan
8° giorno) trasferimento a Meghri via Zenada – Gormayk – Goris
9° e 10° giorno) Piccolo Caucaso (Meghri – Kaler Valley)
11° giorno) trasferimento a Chiva (Goris Gorge – Zenada)
12° giorno) trasferimento a Vedi (Armash Fish Ponds – Vedi Hills)
13° giorno) Monte Aragats. Trasferimento a Yerevan
14° giorno) volo Yerevan – Milano

Memore del fantastico Ornitour in Georgia del 2014, non ho esitato un momento a ingolosire i partecipanti all’analogo viaggio di quest’anno con immagini di decine di Codirossi di Guldenstadt e torme di grossi e vermigli Ciuffolotti del Caucaso, entrambi persino troppo vicini per i cannoni da 400. Era stato così nel 2014, ma avrei fatto bene a tacere perché nei primi giorni a Stepandsminda, sotto l’innevato imponente Kazbegi, non abbamo visto una beatissima cippa.

Vabbè, molti Luí del Caucaso (ma quelli li avremmo visti anche nel prosieguo armenico del tour) e poco più di una silhouette del Tetraogallo del Caucaso (ma più che sufficiente per la lifelist). Vabbè, abbiamo visto molto bene quattro Fagiani di monte del Caucaso, e li abbiamo visti anche svolazzare e saltare nel loro frenetico display. Vabbè, abbiamo avuto la fortuna di vedere un Orso bruno che camminava indolentemente sui versanti della montagna. Ma delle due venuste stelle passeracee del Caucaso, i due quinti dei big five, neanche l’ombra.

Levan, la nostra eccellente guida locale, si dava strenuamente da fare, ma senza risultato. Così ci propose l’ultima possibilità, che si rivelò essere una delle cose che aborro di più, qualcosa contraria alla mia filosofia e religione:  dovevamo camminare, e faticare, e in salita, e con la neve, sia sotto i piedi, compatta, che fioccosa dal cielo. Uno scenario da tregenda. Ma ero o non ero il capogita? Dovevo andare.

Siamo partiti, e la scelta è stata vincente; è bastato un trekking di un’oretta per raggiungere un piccolo pianoro dove abbiamo visto, bene e vicini, cinque Ciuffolotti rosei del Caucaso e due meravigliosamente tricolori Codirossi di Güldenstät. Con la Balia dal semicollare e il Luí nitido che avevamo visto nella foresta di Ananuri pochi giorni prima, con il Verzellino fronterossa, l’Allodola golagialla e il Pigliamosche pettirosso che avremmo visto nella valle del Terek quello stesso giorno, la “missione” in Georgia poteva dirsi completamente riuscita.

L’attraversamento della frontiera tra Georgia e Armenia è stata avventurosa. Al check-point della Georgia abbiamo dovuto abbandonare Levan e il nostro mezzo e così ci siamo trovati, a piedi e con i bagagli, vicini alla terra di nessuno. Il piazzale antistante il checkpoint era un guazzabuglio di nazionalità: azeri (che non vanno d’accordo con gli armeni), georgiani (che non vanno d’accordo coi russi), turchi (che non vanno d’accordo con gli armeni), kazaki e qualche cinese, che vanno d’accordo con tutti, basta metter su una bancarella. Abbiamo preso due taxi e abbiamo caricato le valigie, attraversando la frontiera a piedi. Dopo circa 40 minuti, pochissimo prima di aver immaginato tutte le nostre cose esposte in un mercatino di Yerevan, i tassisti ci hanno restituito i bagagli, abbiamo incontrato la nostra guida Vasil e abbiamo iniziato la nostra avventura in Armenia.

I primi chilometri in Armenia si sono snodati in aree steppose e aride e la lista delle osservazioni si è arricchita di specie tipiche di quegli ambienti, specie più o meno rare, come l’Upupa comune, la Ghiandaia marina eurasiatica, il Gruccione comune, lo Strillozzo, lo Zigolo capinero, l’Averla piccola, l’Averla maggiore. Le foreste di latifoglie di Diljian ci hanno offerto  tutte le specialità del menù: Pigliamosche pettirosso, Luí nitido e Balia dal semicollare. Una delle colazioni in hotel fu gratificata dalla pioggia sugli alberi circostanti di almeno una cinquantina di Storni rosei, e in poche ore siamo riusciti a vedere tutti i picchi osservabili in Armenia.

Il lungo trasferimento verso sud è stato interrotto dalla visita al lago Sevan e alle alture di Chiva. Già mare di Gegham, che vuol dire “lago nero”, il lago Sevan è il più grande lago dell’Armenia ed uno dei più grandi laghi d’alta quota al mondo. Secondo la leggenda, nell’imminenza di una delle frequenti invasioni arabe, gli abitanti della città di Sevan attraversarono il lago gelato per rifugiarsi sulla vicina isola (oggi è una penisola) dove era situato il monastero di Sevanavank e qui si barricarono pregando Dio di salvare le loro vite. Quando gli arabi arrivarono, tentarono anch’essi di attraversare il lago, ma il ghiaccio cedette facendoli affogare nelle acque ghiacciate (una roba al freddo tipo Mosè, Mar Rosso e truppe egizie). Gli armeni considerarono questo un intervento divino e poiché il lago ricoperto dai cadaveri degli arabi appariva nero lo chiamarono Sevan (“sev” in armeno significa “nero”). A noi il lago è molto piaciuto per la sua colonia di Gabbiani d’Armenia, la più grande del suo areale, confinato al Vicino e Medio Oriente e alle nazioni caucasiche. Le coste del lago hanno impinguato la lista di numerose specie di anatidi e limicoli, ma niente di che.

Tra Sevan e Chiva ci siamo fermati al caravanserraglio di Orbelian, una bella struttura architettonica le cui aree circostanti sono una conosciuta area di riproduzione del Fringuello alicremisi asiatico, il mio personale bogey-bird di cui vado fieramente orgoglioso: non l’ho mai visto in tutti i posti dove c’era, dove sono andato e dove l’ho cercato, e l’Armenia non è stata un’eccezione. Devo dire che Vasil, l’eccellente Vasil, che, dal punto di vista dell’udito, potrebbe essere soprannominato Dumbo, ne ha sentito, in lontananza, il chiacchiericcio, ma la bestia non si è degnata.

A Chiva abbiamo visto invece, tra molte altre specie, uccelli di tutto rispetto, come il Canapino di Upcher, la splendida Irania, la Bigia grossa orientale, il Canapino pallido orientale. E cieli alti sulla strada tra Diljan e Chiva ci hanno regalato molte delle 22 specie di rapaci che abbiamo “crocettato” nel nostro tour; tra le più suggestive: Aquila anatraia maggiore, Aquila anatraia minore, Aquila reale, Grifone eurasiatico, Avvoltoio monaco, Capovaccaio, Sparviere levantino, Lanario.

Per gli esteti del paesaggio, l’attraversamento del passo di Selim è stata una gioia per gli occhi, con le sue praterie policrome di fiori che si stendono sotto cime innevate. Nella prima parte del tour in Armenia abbiamo visitato anche due notevoli aree architettoniche: la città vecchia di Diljian e il cimitero di Noraduz. E abbiamo avuto anche occasione di imparare anche qualcosa (Vasil è onniscente!) della turbolenta storia dell’Armenia, dal genocidio perpetrato dai turchi alle recenti diatribe con l’Azerbajian, chiamiamole così anche se ci fu una vera e propria guerra, e, percorrendo le strade vicine al confine dell’exclave azera del Nakhchivan, Vasil pregò i maschietti anziani, come me, di non avere attacchi di prostata perché la linea di confine è ancora presidiata da soldati azeri con il grilletto facile.

Quale notazione di costume mi piace dir due parole, prima di partire per il profondo sud dell’Armenia, sull’hotel di Chiva. Dio, hotel è una parola grossa; trattavasi piuttosto di una guest house, con stanze assimilabili alle camere degli ospiti in una normale casa di abitazione e cessi in cortile. Gestito a livello familiare, l’Ashot & Gohar Guesthouse (Ashot il marito, Gohar la moglie, o viceversa, non ricordo ma non è importante) è un delizioso angolo d’Armenia, i cui giardini sono un ricettacolo di uccelli e la cui cucina casalinga ha allietato le nostre due sere. Purtroppo, tra insalate dell’orto di casa, conserve del frutteto di casa, arrosti delle capre di casa, ho dovuto personalmente  confrontarmi con la mia nemesi alimentare, l’erba di casa loro, il coriandolo, che, voglio ricordare agli amanti di quello che chiamo “la grande bestia”, ha quale nome scientifico Coriandrum sativum, le cui radici stanno nella parola greca corys o korios (cimice) seguita dal suffisso -ander (somigliante), in riferimento, recita wikipedia, alla supposta somiglianza dell’odore emanato dai frutti acerbi o sfregandone le foglie. Io ribadisco ai quattro venti che non è “supposta” è assolutamente vera!Vabbè, perdonate il piccolo sfogo. La guest house è circondata da frutteti che, al mattino presto, sono già pieni di uccelli; niente di che, ma offerenti grandi opportunità fotografiche; abbiamo visto Cicogne bianche, Upupe comuni, Picchi rossi di Siria, Rondini comuni e rossicce, Beccafichi, Canapini pallidi orientali, Cinciarelle, Cinciallegre et al., molte al.

Ci siamo avviati, dopo la succulenta colazione, verso Meghri, che abbiamo raggiunto dopo un lungo viaggio, ricco peraltro di interessanti osservazioni ornitologiche, incluso l’unico Saltimpalo siberiano del tour (Vasil ci ha tenuto una dotta lezione sulla fenologia della bestiola in Armenia, trattando anche delle difficoltà di identificazione rispetto al cugino europeo). Il paesello di Megri è indovato all’estremità meridionale di quel dito di terra armena che corre tra l’Azerbaijan ad est e il turbolento Naxçıvan, exclave azera, ad ovest. E Meghri è l’ultima cittadina, diciamo così, europea, perché al di là del confine, al suo sud, si estende l’immensa Persia. Meghri è stato, dal nostro punto di vista, quello dei birdwatcher, il teatro di divertenti siparietti. E già, perché, per quanto ad animali e fiori poco freghi in quale regione zoogeografica essi volino, corrano o fioriscano, per i lister duri e puri vedere o sentire, che so (esempio che per altro corrisponde all’accaduto), un Francolino nero zampettare e gracchiare a squarciagola al di là dell’alta rete spinosa che segna il confine con l’Iran, fa la differenza. Cazzo, la bestia era in Armenia o in Iran? L’avrò vista nel Paleartico Occidentale, che mi fa pallino, o in quello Orientale, che non mi fa pallino? Che si fa? Si aspetta che voli di qua? Poi Vasil ci ha detto che ci sono almeno cento metri di no man’s land tra i due stati e così abbiamo felicemente registrato la bestia nelle nostre liste del Western Palearctic.

Meghri è un must per i birdwatcher occidentali soprattutto per un piccolo uccelletto che ha nell’arida gola rocciosa che si estende vicino al paesello l’unica area di nidificazione nel Paleartico Occidentale; da quando la Monachella codarossa Oenanthe chrysopygia è stata splittata dalla congenere xanthoprymna Monachella del Kurdistan, per vederla all’interno del WP (oltre naturalmente ad osservazioni di individui accidentali – come, per inciso, quello che abbiamo visto, o crediamo d’aver visto, in un Ornitour a Marsa Alam e di cui attendo ancora la risposta del comitato di omologazione egizio) è necessario andare colà, a Meghri.

L’escursione a Meghri è stata favolosa, l’aggettivo spiegansi con la seguente piccola lista esemplificativa: Capovaccaio, Aquila reale, Poiana codabianca, Usignolo d’Africa, Chukar, Picchio muratore di roccia orientale, Canapino di Upcher, Cincia dalmatina, Silvia di Menetries, Bigia grossa orientale, Zigolo capinero, Zigolo muciatto, Monachella codarossa. Sulle grondaie dell’hotel di Meghri abbiamo visto le uniche Tortore delle palme del tour.

Il giorno successivo all’escursione nelle aree aride e rocciose intorno a Meghri ci aspettava uno dei pezzi forti del tour, l’ascensione alle montagne del Piccolo Caucaso, specificamente quelle dell’Arevik National Park. Praterie multicolori di fiori ed erba, campi ancora innevati, guglie rocciose e profili turriti per i quali, naturalmente, non sarei uscito dal letto del mio albergo; ma c’era una cosa da vedere, un uccello ca va sans dire, che mi faceva pallino (vernacolare per “lifer”) e che non mi sarei perso per niente al mondo, per il quale ero disposto anche a far fatica (leggasi trekking montano). Dopo una camminata relativamente (personalmente leverei l’avverbio) faticosa, piazzati i cannocchiali su un pianoro erboso in quota, non c’è voluto molto, seguendo il fischio flautato della bestia, a localizzare il suo produttore, il Tetraogallo del Caspio, di cui abbiamo visto quattro individui. La foto del tetraogallo presente nella galleria acclusa al post non rende onore alla gioia che ci ha procurato l’osservazione prolungata al cannocchiale di questo gallinone: l’animale camminava goffamente sul manto erboso e di tanto in tanto spuntava dal profilo delle rocce stagliandosi contro il cielo limpido, allungando il collo per emettere il suo richiamo melodioso. Un gran bello spettacolo! Specie ancillari del tacchino sono state: Aquila reale, Poiana comune, Gheppio comune, Averla piccola, Averla capirossa, Gracchio corallino, Allodola golagialla, Codirosso spazzacamino, Codirossone eurasiatico, Culbianco comune, Prispolone, Ciuffolotto scarlatto, Verzellino fronterossa.

Le ultime escursioni in programma erano quelle agli stagni da pesca di Armash, alla gola di Vedi e al monte Aragats. Il tour non era stato prodigo, fino ad ora, di uccelli acquatici, anatre, limicoli e via cantando. Armash ci avrebbe ripagato con gli interessi. Arrivati di prima mattina (strategia fondamentale per avere le migliori chances di vedere bene gli uccelli, prima che turbe di birdwatcher da tutto il mondo si assiepino lungo i sentieri che bordano gli stagni), abbiamo assistito ad un siparietto tra le guardie all’ingresso degli stagni che si reclamavano l’un l’altra il diritto di lasciarci passare. Dopodiché, incamminatici lungo il sentiero principale, ci siamo beati del via vai di migliaia di uccelli che volavano, correvano e nuotavano sugli e tra gli stagni. Gran parte delle specie erano di ordinaria amministrazione, ma, assenti fino ad allora, hanno cospicuamente impinguato la checklist: Fistioni turchi, Moriglioni eurasiatici, Morette tabaccate, Marzaiole eurasiatiche, Mestoloni comuni, Canapiglie, Germani reali, Alzavole comuni. Naturalmente abbiamo incamerato anche i due target anatreschi, il Gobbo rugginoso e l’Anatra marmorizzata, con sommo gaudio. Tra le specie di limicoli di scarso interesse, ma qualcuna di loro anch’essa nuova per la lista, ci siamo goduti una decina di individui di Pavoncella codabianca. Un paio di Gruccioni guanceblu si sono fatti notare per la loro venustà e uno stormo di Mignattini alibianche in pieno abito riproduttivo per le frenetiche evoluzioni aeree. Il target passeraceo degli stagni era la Cannaiola di Jerdon, comune e abbondante tra i canneti dell’area.

Nel pomeriggio abbiamo visitato la Vedi Gorge, una gola rocciosa che ci ha graziato di qualche altra nuova specie. L’uccelletto più importante della gola era lo Zigolo collogrigio, che Vasil ha localizzato cantante in lontananza e che subito dopo era inquadrato nel cannocchiale di tutti noi; uno zigolo non particolarmente colorato, in verità, ma la sua rarità lo faceva diventar bellissimo. Il Trombettiere ci ha fatto penare un po’ di più e, volanti una quasi vicino all’altra abbiamo apprezzato le differenze, in volo e silhouette, di Monachella comune e Monachella di Finsch.

Abbiamo concluso il tour, il giorno successivo, visitando il monte Aragats, un luogo quasi sacro per gli armeni. La leggenda narra che San Gregorio, mentre pregava sulla sua sommità, vide una lanterna appesa al cielo che scese su di lui; il santo è da allora conosciuto come “l’illuminatore”; gli armeni credono che i puri di cuore e spirito possano vedere ancora oggi la lanterna nel cielo dell’Aragats; ho concluso, al termine della giornata, che non sono puro di cuore. Alla nostra richiesta a Vasil, nei giorni precedenti, se l’incontro con la Passera scopaiola di Radde fosse probabile, la risposta era regolarmente “very common, don’t worry”, risposta che mi faceva accapponare la pelle, perché credo di aver clamorosamente mancato, nella mia vita di birdwatcher, almeno un centinaio di uccelli “very common”. Invece no, appena scesi dal pullmino verso la sommità dell’Aragats un maschio mooolto confidente cantava a squarciagola su un muretto e in una mezz’oretta ne avremmo visto una decina di individui; “very common indeed”! Archiviata la pratica Radde, abbiamo proseguito verso la sommità del monte, fermandoci in un’area che Vasil sapeva essere frequentata dal Fringuello alicremisi asiatico; pensai che ci sarei rimasto quasi male se lo avessi visto, avrei perso il mio “bogey bird”, ma per fortuna la bestiola è rimasto un lifer, pronto per il prossimo viaggio in Armenia.

La sommità dell’Aragats era coperta da metri di neve, faceva un freddo della madonna e di uccelli ce n’erano veramente pochi, qualche Ballerina bianca e un paio di molto più interessanti Allodole golagialla. Sulla via del ritorno Vasil ha voluto esplorare un’area frequentata da due specie che avevamo mancato fino ad allora: il Picchio muratore di roccia occidentale (molto meno comune del cugino orientale) e la Calandra asiatica; successo per entrambi anche se la Calandra asiatica si è palesata come una roba nel cielo che avrebbe potuto essere anche un’aquila molto più distante.

L’Armenia vale ben più di un viaggio e prima o poi torneremo.

Da quando utilizzo la piattaforma di eBird, non compilo più checklist cartacee, sicuramente romantiche, certamente più suggestive da collezionare e riguardare quando non sarò più in grado di girare il mondo a caccia di lifers, ma decisamente meno pratiche da gestire e meno precise nel fissare tempo e luogo delle proprie osservazioni. Le mie checklist sono pubbliche e per ogni memoria di viaggio (almeno quelle degli ultimi sei anni) inserirò il link al relativo “trip report” o, come in questo caso, alle relative checklist

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