Checklist degli uccelli del mondo

Antico Proverbio Cinese

Chiamar le cose con il loro nome è l’inizio della saggezza

Ho cominciato a pensare ad una lista degli uccelli del mondo in italiano nell’ormai lontano 1989 quando, apprestandomi a fondare ORNITOUR, un tour-operator di birdwatching che avrebbe dovuto portare in giro per il mondo centinaia di birdwatcher intenzionati ad ingrossare la personale check-list di specie osservate, mi domandai come avremmo potuto comunicare tra di noi quando si fosse indicato, sul campo, questa o quella specie e quando, la sera, avessimo dovuto compilare la check-list delle osservazioni giornaliere. Delle centinaia di birdwatcher da accompagnare nel mondo degli uccelli ho visto solo uno sparuto manipolo, ma le ragioni dell’utilità di una check-list in italiano sono rimaste le stesse. Ho già compilato una Check-list degli uccelli del Paleartico Occidentale, la prima edizione risalente al 1991 e la seconda al 1999; per la verità la prima versione ha visto solo una pubblicazione casalinga e quella più recente è stata compilata addirittura solo nel mio computer:
La sua redazione fu conseguenza della presa visione di una Lista degli Uccelli del Paleartico Occidentale, pubblicata a margine dell’edizione concisa del Birds of the Western Palearctic, a cura di D. Snow e C. Perrins; tale lista era decisamente brutta (in una accezione più oggettiva di quella riferita nel paragrafo delle Caratteristiche Generali) anche se migliore, molto migliore, di quella apparsa nel IX° volume del cugino maggiore (Handbook of the Birds of Europe, the Middle East and North Africa. The Birds of the Western Palearctic) del summenzionato Conciso, lista che mi procurò un’inversione di 180 gradi nel transito alimentare. Inviai la lista con decine di correzioni, ridenominazioni, consigli e suggerimenti al Prof. Snow, il quale molto gentilmente mi rispose dicendo che la mia check-list era splendida e che l’avrebbero tenuta buona per future pubblicazioni. Questo riconoscimento, insieme ai miei numerosi viaggi nel mondo degli uccelli accompagnato da amici che l’inglese lo hanno sempre masticato poco (sono molti, credetemi, gli appassionati naturalisti che non riescono a districarsi sui manuali in lingua albionica) mi hanno convinto ad accelerare il mio progetto di una lista mondiale nella nostra lingua, bella e musicale. Una check-list degli uccelli del mondo ce l’hanno inglesi e tedeschi, francesi e spagnoli, olandesi e svedesi, perché noi no? Nei successivi paragrafi descriverò brevemente la storia delle check-list in italiano degli uccelli del mondo e poi elencherò le caratteristiche della mia, al fine di una migliore interpretazione delle decine, se non centinaia, di neologismi che mi sono dato la pena di inventare.

Breve, in verità. A parte liste parziali, sia in senso geografico (come quella di Giacinto Martorelli, relativa a specie africane, pubblicata in Uccelli dell’Africa Orientale Italiana) che in senso tassonomico, come le varie liste apparse in enciclopedie generali sugli animali (la migliore delle quali è, a mio parere, Vita degli Animali, a cura di Bernard Grzimek), non esisteva nulla di significativo fino a che apparve all’orizzonte la pregevole lista, completa e moderna, inclusa nel volume “Enciclopedia Illustrata degli Uccelli”, edita da Arnoldo Mondadori Editore (1991). Tale lista, a cura di Monica Carabella, era davvero molto bella, ricca di neologismi azzeccati e scientificamente corretti. Ciononostante, gli errori presenti nella lista erano molti, e molti erano i nomi che non mi trovavano personalmente d’accordo, per ragioni varie, dalla non completa correttezza del nome alla “semplice” sua bruttezza. Vale la pena di definire subito il termine “errore”: la traduzione della Blackpoll Warbler Dendroica striata con Parula di Blackpoll, non è un errore, è una scelta; l’eponimo Blackpoll è errato in quanto non esiste nessun signor Blackpoll e in realtà blackpoll è la fusione delle due parole inglesi black e poll, nero e capo, o testa, per cui la bestiola è nella mia check-list Parula capinera. Ma quanti nomi di uccelli, ormai consolidati nella nostra lingua, sono “sbagliati”? Sono il Falco pescatore e il Falco di palude, falchi? No, eppure sono correntemente usati. Il motivo che mi induce a proporre la mia propria versione della terminologia degli uccelli del mondo è che non ritengo le check-list mondiali apparse fino ad oggi sufficientemente consolidate. Va da sé invece che la “bruttezza”, e la sua cugina più fortunata, la “bellezza”, sono qualità assolutamente soggettive e sono sicuro che molti di voi troveranno i miei nomi molto più brutti di quelli inventati da Monica. La summenzionata check-list ebbe i crismi della semiufficialità quando fu presentata al Convegno Italiano di Ornitologia di Urbino nel 1993. Dico semiufficialità perché, nonostante fosse stata compilata da tre autorità riconosciute come Renato Massa, Luciana Bottoni e Carlo Violani, ed edita dall’Università degli Studi di Milano, il CISO, massima istituzione ornitologica italiana, non la riconobbe ufficialmente; come ufficialmente non ha riconosciuto un’altra checklist, spin-off della precedente (e alla precedente praticamente identica), edita nel 2000. Nel settembre 2006 è stata finalmente pubblicata la prima parte (Struthioniformes – Psittaciformes) della checklist ufficiale del CISO. Chi desiderasse darle un’occhiata la può trovare sul numero speciale 2006, Vol. 30, di Avocetta. Journal of Ornitology; il lavoro ha il seguente titolo: Repertorio italiano dei nomi degli uccelli. Parte prima: Struthioniformes – Psittaciformes. La pubblicazione di tale check-list ufficiale (ma l’ufficialità è limitata al mondo ornitologico scientifico, che, sono sicuro, da una parte non saprà, di essa, che farsene e dall’altra non additerà al pubblico ludibrio altre check-list, anche se redatte da “semplici” birdwatcher) non mi ha distratto da quello che è stato un (faticoso) divertimento e che, essendo stato completato dopo anni spesi tra atlanti, field-guides, vocabolari di inglese e latino, reclama l’onore della pubblicazione. Non ho, l’ho già affermato, sudditanze nei confronti dell’ufficialità della lista mondiale ufficiale ma ce l’ho invece nei confronti della check-list degli uccelli italiani (versione aggiornata al 1997 e comparsa sul Manuale di Ornitologia Vol. 2, di Brichetti e Gariboldi, e disponibile online sul sito del CISO. Il mio amico e mentore Pierandrea Brichetti, direttore del CISO e quindi massima autorità dell’ornitologia italiana, mi ha proibito di cambiare il nome ad alcuna delle specie in tale check-list. E io deglutisco e viro di bordo (citazione del grande Gilberto Govi che gli internauti genovesi ben conoscono); non capisco, ma mi adeguo, ché anche alcune specie della lista italiana meriterebbero un bel restyling. Mi sono riservato però, ma questo lo spiegherò approfonditamente in un prossimo paragrafo, l’attribuzione di qualche epiteto a qualcuna delle specie italiane.

La lista mondiale prescelta per la traduzione è quella di James F. Clements, come da pubblicazione cartacea BIRDS OF THE WORLD. A CHECKLIST, Ibis Publishing Company, 2000 e successivi aggiornamenti apparsi online fino a dicembre 2005 sul sito della Ibis Publishing Company. Gli aggiornamenti futuri saranno disponibili sul sito della Cornell University Press, che pubblicherà (data prevista 2007) la sesta edizione della lista di Clements.
La caratteristica più importante della mia lista è che i nomi italiano sono stati tradotti dall’inglese e non dal latino. Questo perché la lista in italiano deve essere uno strumento per i birdwatcher, che da sempre si confrontano, sul campo, con manuali in inglese e con colleghi birdwatcher che, quasi tutti, discettano di uccelli in inglese. La mia idea è che una rapida traduzione mentale dall’inglese all’italiano e viceversa aiuti a localizzare la specie in questione nei propri ricordi molto più rapidamente che se la traduzione fosse dal nome scientifico. Altro carattere importante è l’immediatezza della traduzione, sia per quanto attiene alla pronuncia del nome della specie che alla sua lettura su una lista scritta; a tal proposito ho preferito l’utilizzo, quando possibile, del nome singolo rispetto a quello composto da più lemmi. Particolare occhio di riguardo si è dato alla consuetudine d’uso. Infine, ho consultato numerosi testi divulgativi e ho spesso trovato su più di una fonte lo stesso nome per la stessa specie: l’ho fatto mio (con le debite eccezioni che riferirò più avanti). Un esempio che calza simultaneamente ai tre precedenti capoversi è il seguente: ho viaggiato in molti paesi dove vivono più specie di “whistling ducks”, genere Dendrocygna, letteralmente “anatra fischiatrice”; quando, entusiasta dell’osservazione di un nuovo lifer, indicavo ai miei amici la “whistling duck” in oggetto, dalla bocca mi usciva “dendrocigna” e non “anatra fischiatrice”, nome con la quale avevo tradotto la specie in oggetto sulla check-list del tour. Per l’appunto: consuetudine d’uso, nome singolo e uniformità su tutti i testi consultati. I metodi di conio dei nomi enunciati nei paragrafi successivi valgono come regola, che, come tale, ha le sue eccezioni. La regola è citata, le eccezioni (che sono, in una lista di quasi 10.000 specie, numerose) no; basti dire che le eccezioni sono state create allo scopo di evitare la cacofonia che la regola avrebbe ingenerato.

I testi divulgativi di ornitologia del passato hanno rappresentato una importante fonte di nomi per questa check-list. Ho accettato volentieri di utilizzare nomi già apparsi precedentemente in letteratura (e quindi, in una certa qual misura, “consolidati”). Ciò non rappresenta però una regola; a volte, infatti, il nome che ho reperito sarebbe stato, se non ingannevole, di difficile interpretazione; ricordo infatti la principale linea guida di questa check-list, e cioé di coniare nomi che rapidamente identifichino la specie o il gruppo a cui essa appartiene. Ad esempio, sul già citato Grzimek, le specie della famiglia dei Mesithornitidae, sono riportate come Mesene (da Mesoenas, nome con cui sono state chiamate due delle tre specie della famiglia prima della sua sostituzione con il definitivo Mesitornis). Il termine “mesena” non richiama alla mente in nessun modo la famiglia dei Mesitornithidae e non è utilizzato in nessuna delle liste europee.

Non mi è stato possibile, ovviamente, non coniare neologismi; ma questo vale solo per il nome del genere, mentre il nome della specie, per solito rappresentato da un aggettivo (rosso, grosso, montano), un eponimo (di Bonelli), un toponimo (d’Arabia) o un nome composto da una parte del corpo e da un’aggettivo (pancia-nera, ali-bianche), mi sono attenuto scrupolosamente al Dizionario della Lingua Italiana Treccani: a costo di utilizzare nomi obsoleti e strani, non ho inserito alcun neologismo. Gli aggettivi riferiti ai neologismi concordano sempre al maschile, anche se il genere termina in “a”, a meno che il neologismo non abbia, con altro significato, un senso compiuto in italiano. Ad esempio Orogemma azzurro, ma Stellina azzurra.

Pochissime sono le parti del corpo che non ho accettato, anche a costo di non dare una traduzione anatomicamente esatta: ad esempio il Red-kneed Dotterel sarebbe, letteralmente, Corriere ginocchia rosse, ed infatti il rosso alle zampe è limitato alla giunzione tarso-metatarsica (che in verità non è il vero ginocchio, ma corrisponde, in soldoni, alla nostra caviglia). Ma non mi piaceva, per cui la bestiola è diventata Corriere zamperosse. Altre parti del corpo scartate sono il naso (ad es. Yellow-nosed Albatross) e le orecchie (ad es. Orange-eared Tanager ) anche se, in quest’ultimo caso è stato utilizzato per alcune specie il lemma orecchiuto. Un piccolo problema riguarda la traduzione di vent e rump; ho reso il primo con, mi si perdoni, “culo”, che del resto è già presente nelle varie specie del ben consolidato “culbianco”; rump dovrebbe essere ovviamente “groppone”, ma il suo utilizzo, associato com’era ad un susseguente aggettivo, rendeva l’accoppiata lunga da leggere e pronunciare, per cui ho trasformato il “groppone” in “groppa”. Quando la parte del corpo è associata al suo aggettivo, ho utilizzato nella maggior parte dei casi un nome unico (panciabianca, gropparossa, culverde, ecc…); solo per alcune parti del piumaggio ho separato, per motivi di eufonia e leggibilità, le due parti del nome; tali parti sono: cappuccio, collare, redini e sopraccigli; a proposito dei sopraccigli, ho cambiato tale termine, con qualche rara eccezione, in ciglia e, così facendo, ho potuto unirlo al colore successivo ottenendo un nome più breve e singolo (ad esempio Tanagra cigliascarlatte). In presenza di queste parti del corpo lunghe, quando non si ingeneri confusione, ho preferito elidere l’aggettivo susseguente; ad esempio, quando ho dovuto tradurre una specie “cappuccio bruno” e quando nello stesso genere non vi siano cappucci di altro colore, mi sono limitato ad usare “dal cappuccio”. Inoltre, in alcune occasioni, per amore di brevità, e quando non vi sia possibilità di confusione, è stata omessa la parte del corpo a cui si riferisce l’aggettivo, ad esempio, il Nibbio beccouncinato è diventato Nibbio uncinato, la Cicogna collolanoso è diventata Cicogna lanosa.

Problema scottante. Alcune specie, tipiche del Paleartico Occidentale, e anche dell’Italia, come nidificanti, migratrici o svernanti, sono state splittate in più di una specie, spesso, se non sempre, assolutamente identica nel piumaggio (solo DNA, distribuzione e, qualche volta, vocalizzazioni, sono diverse). Ad esempio, le popolazioni di Albanella reale del continente americano erano considerate come appartenenti alla sottospecie hudsonius dell’Albanella reale, specie distribuita anche nel Paleartico con un’altra sottospecie, la nominale. Quindi, la nuova specie potrebbe essere Albanella reale americana o Albanella americana: la scelta è stata, nella grande maggioranza dei casi, di scegliere la versione ridotta (Albanella americana, in questo caso); si è ottenuto così di non dover aggiungere un epiteto alla vecchia specie, che avrebbe dovuto essere in questo caso, Albanella reale eurasiatica.

Alcune specie che hanno un nome italiano consolidato, derivano tale nome da caratteristiche fenologiche o biologiche; il Biancone ad esempio, mutua il suo nome dalle tinte molto chiare del suo sottoala. Al genere Circaetus appartengono altre sei specie, alcune delel quali non hanno assolutamente le parti inferiori chiare. Si è, in questo e tutti gli altri casi analoghi, ritenuto il nome italiano del genere.

Per gli eponimi c’è poco da dire, se non che tutti gli eponimi sono preceduti da una preposizione semplice (Aquila di Bonelli e non del Bonelli). I toponimi sono un pò più complessi. Icontinenti vengono aggettivizzati (africano, australiano, americano, asiatico, europeo); fanno eccezione le specie con nome italiano consolidato, come ad esempio l’Usignolo d’Africa. Anche i due raggruppamenti bicontinentali, Eurasia e Australasia, vengono aggettivizzati. Il resto dei toponimi viene preceduto dalla preposizione articolata consistente con l’entità geografica in oggetto; alcuni esempi: Piro piro del Terek (il Terek è un fiume), Astrapia degli Arfak (gli Arfak sono montagne e, a proposito di questo toponimo, va considerato che tutte le catene montuose sono tradotte al maschile, come monti e non come montagne); Tetraogallo del Caspio (il Caspio è un mare), ecc… Si è incontrato qualche difficoltà nell’utilizzo di preposizioni per nazioni, provincie e regioni geopolitiche: senza entrare nel merito delle varie scelte, è sufficiente dire che si è scelta la stesura più facile e eufonica; così, Sgarza della Cina, ma Corriere di Mongolia (del resto anche tra i nomi italiani consolidati troviamo, ad esempio, Allocco di Lapponia, che a rigore dovrebbe essere Allocco della Lapponia); a volte anche il nome della nazione è aggettivizzato, o perché la specie in questione ha un nome consolidato (ad esempio Oca indiana, Oca egiziana) o per una ben più facile pronunciabilità. Il regno dei toponimi ospita il maggior numero di deroghe a quella sorta di regola che avevo individuato. La scelta di italianizzare o meno il toponimo dipende dalla frequenza d’uso nella lingua italiana e dal reperimento o meno di una traduzione sulle più importanti enciclopedie; la Nuova Zelanda è ovviamente citata in italiano, così come le isole Marchesi e Salomone, ma le isole di New Caledonia e New Ireland sono rimaste in inglese, anche se qualche pubblicazione le riporta come Nuova Caledonia e Nuova Irlanda.

Per molte specie si è mantenuto il nome latino, ma si è provveduto a trasformarlo in modo tale da garantire una buona leggibilià e scrivibilità; lo stesso procedimento, del resto, che ha trasformato Phoenicopterus in Fenicottero. Ho deciso quindi di eliminare x e y, dieresi e altri dittonghi tipicamente latini; qualche esempio: Myzomela è diventata Mizomela, Peltops è diventato Peltope, ecc…). Analogamente, si sono ritenuti molti nomi inglesi (procedimento comune a molte altre branche del sapere; nessuno, tranne forse i francesi, si sognerebbe di tradurre nella propria lingua termini come hardware o scanner); ho applicato questa regola solo alle specie più facili da scrivere e pronunciare, come, ad esempio, Currawong o Kookaburra. A proposito di quest’ultimo, va notato come i nomi onomatopeici dovrebbero essere tradotti con un’altra grafia (kukabarra, in questo caso), ma la consuetudine italica a leggere i lemmi così come si scrivono mi ha fatto preferire il mantenimento della grafia.

Non ci si dovrebbe preoccupare di grammatica e sintassi in una lista che ospita Occhicarnicci e Fringilbecchi, ma ho elucubrato un pochino anche su questo. In soldoni: a) il primo nome della specie è sempre maiuscolo, tutto il resto (tranne i nomi propri) in minuscolo; b) i nomi in cui la specie, o meglio il gruppo di specie) sono identificati da nomi con più lemmi (i Pigliamosche del paradiso, le Averle piumate) non sono stati separati da lineette, che avrebbero reso la scrittura, e soprattutto l’utilizzo informatico, difficile e farraginoso; c) nel nome che caratterizza la specie (il secondo lemma del nome) spesso ci sono due vocali uguali di seguito ed in tali casi si è proceduto all’elisione di una di esse (pettoocra è diventato pettocra, alaazzurra è diventato alazzurra, ecc…); di preposizioni semplici e articolate si è già parlato a proposito dei toponimi; qui aggiungo, in riferimento agli ambienti naturali, che ho scelto “di” quando l’habitat è cosmopolita (di fiume, di foresta, di mare, ecc…), e ho preferito la preposizione articolata quando l’habitat è tipico di un continente o addirittura di una regione (del quebracho, della puna, ecc…)

Tanti e diversificati; per non ulteriormente ipertrofizzar gonadi mi limito ai seguenti: a) il termine comune è stato utilizzato quando la specie alligna in almeno tre continenti e quando, all’interno di un areale più limitato, la specie è quella di gran lunga più diffusa: il Beccofrusone comune vive in Nordamerica, Europa e Asia, e la Maina comune è, tra tutte le maine (uccelli esclusivamente asiatici), la più diffusa; b) due nomi inglesi, chat e warbler, mi hanno procurato cospicue cefalee; in inglese essi vogliono dire di tutto e di più e in italiano potrebbero essere resi, a seconda della specie in oggetto, con tordo, pigliamosche, pettirosso, e altro; ho usato spesso, in questi casi, il nome del gruppo tassonomico più specifico e caratterizzante; due esempi: Silvide capinero per Black-capped Rufous Warbler, Sassicola cigliabianche per White-browed Robin-Chat); c) come ho anticipato nella premessa, i nomi che appaiono nella checklist ufficiale degli uccelli d’Italia non sono stati modificati; in una visione “mondialista” ho solo aggiunto un epiteto connotativo quando il nome della specie caratterizzi anche altri taxa al di fuori dell’Italia: ad esempio, di merli ce ne sono, in giro per il mondo, 35, e ciascuno è caratterizzato da un aggettivo; ho aggiunto al nostro Merlo la definizione “comune”, che potrebbe essere utilizzata solo in prospettiva mondiale, rimanendo semplicemente Merlo quando si parli di uccelli italiani o europei; gli epiteti usati in questa ottica sono soltanto due: comune e eurasiatico.

The Birds & Birding Diary

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